Oslo, tra i fiordi e la storia norvegese

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Oslo e i fiordi © Frithjof Fure - Innovation Norway

Oslo e i fiordi © Frithjof Fure - Innovation Norway

La Jomfruen si stacca dalla banchina di Oslo, la prua verso i fiordi all’orizzonte. Il capitano Per fa scivolare lo scafo sul mare calmo. A babordo vedo sfilare la fortezza di Akershus, sopra l’insenatura, e diverse imbarcazioni ormeggiate: una immensa nave da crociera per navigare la Norvegia, un vascello militare e tante barche di ogni stazza.

Alcuni gabbiani volteggiano intorno alla Jomfruen. Il più ardito si posa sulla poppa in cerca di cibo: i gamberetti appena pescati sono una prelibatezza. Vengono serviti col limone e il pane tostato velato di burro. Il sapore è esaltato dai boccali di birra chiara e leggera.

Il vento soffia freddo in un sole caldo e spinge il veliero tra i fiordi. Dappertutto vedo case dai colori intensi affacciarsi sul mare: sono abitazioni estive, costruite in legno, ideali per le vacanze. Molte famiglie scappano dai ritmi frenetici della città di Oslo per un tuffo o per un giro in barca a vela. Alcuni, invece, preferiscono il kayak.

Se ne vedono diversi sulla rotta per la penisola di Bygdoy, dove la Jomfruen mi sta portando. La costa è un insieme di ville eleganti dai giardini principeschi con moli privati: è una delle zone più ambite della capitale.

Questa terra è anche ricchissima di musei: immortalano le gesta dei grandi marinai norvegesi. Il primo che vedo, avvicinandomi a riva, è quello Marittimo. Appena la Jomfruen ha attraccato, scendo sul molo e pochi passi dopo entro nella storia di Oslo e della Norvegia.

Cammino per un corridoio lungo sino a un atrio enorme. Alle pareti scorrono foto e litografie di imbarcazioni di ogni tipo e periodo: celebrano le gesta di un popolo di navigatori. Salgo al piano superiore per ammirare la più grande collezione d’arte marittima norrena.

Mi fermo all’ingresso di una cabina perfettamente ricostruita. Dentro, vedo strumenti di calcolo e carte nautiche sul tavolo di lavoro. Poco distante c’è un timone di un veliero, e appena oltre un’antica barca in pelle appartenuta forse a uno dei primi abitanti di Oslo.

Oltre ci sono le teche con i resti dei naufraghi. Uno strano gioco di luci riflette il mare di sotto: penso a questo legame indissolubile, oltre la morte. Lo si ricorda sulla piazza esterna al museo, con il monumento ai 4700 marinai, uccisi durante la Seconda Guerra Mondiale.

A fianco, lo stabile costruito intorno alla nave polare Fram si alza nel cielo. La goletta, varata nel 1892, si spinse verso le isole della Nuova Siberia e sulla via del ritorno si avvicinò al Polo Nord. Il viaggio durò quattro anni. Adesso riposa vicino ai fiordi di Oslo e i visitatori possono salirvi a bordo e ammirarla nei suoi 39 metri di lunghezza.

Ogni particolare è conservato con cura. Nella stiva buia vedo i vecchi abiti in pelle, le slitte, le racchette che servirono a Roald Amundsen per scoprire il Polo Sud. Che uomo: sbarcato sulla Banchina di Ross, l’esploratore scandinavo precedette in una furiosa corsa contro il tempo e i ghiacci l’inglese Robert Falcon Scott. Il 14 dicembre 1911 vi piantò la bandiera norvegese.

Amundsen è un eroe nazionale come Thor Heyerdhal a cui è stato dedicato il Museo Kon-Tiki di Oslo, appena fuori dallo stabile della Fram. Entro curioso per guardare la zattera in balsa che usò per navigare dal Perù alla Polinesia nel 1947.

C’è anche l’imbarcazione di canne la Totora Ra II, realizzata dagli Aymara, popolo dell’isola boliviana di Suriqui sul lago Titicaca. Sempre Heyerdhal, confidando nella loro abilità di costruttori, si mise al timone della barca, sfidò l’Atlantico e le attraversò nel 1970.

“Se vuoi vedere i progenitori di questi grandi navigatori devi andare per quel sentiero” mi dice la ragazza biondissima del chiosco, dove mi sono fermato per un tè. Così faccio un tuffo nella natura di Oslo, e dopo una buona mezz’ora arrivo all’edificio che ospita le tre navi vichinghe.

Il depliant che prendo all’entrata spiega che sono state ritrovate dopo alcuni scavi a Oslofjord: erano state portate a terra per essere usate come tombe. L’antica stirpe dei navigatori guerrieri aveva seppellito i propri morti con tutto l’occorrente per l’ultimo viaggio. Grazie all’argilla blu nella quale furono interrate, le barche si sono conservate sino a oggi.

La Oseberg è la più imponente delle tre che si trovano a Oslo. Guardare lo scafo da sotto mi toglie il fiato. Misura 22 metri, lungo i quali trenta rematori sedevano durante le traversate. Fisso le sculture di serpenti e draghi che la decorano e capisco perché al suo apparire la gente scappava.

La camera funeraria ospitava la collezione più ricca di manufatti di tutta la Scandinavia. Purtroppo è andata persa come quella che si trovava sulla Gokstad: è robusta e lunga 24 metri. Della Tune, l’ultima, non sono rimasti che pochi assi.

Prima di uscire dal museo di Oslo, le guardo ancora un istante: sono tutte testimoni fedeli di gesta valorose e viaggi eroici di un popolo nato dal mare, e che di mare vive ancora.

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